Scrivo per sfogarmi dalla cocente delusione di mercoledì sera, come molti di voi può darsi stiano facendo. Chi ad amici per messaggio, chi per lavoro o perché gestisce una qualche pagina a tema sui social, come la nostra. È un buon modo per smaltire la rabbia, credo. Sono certo che non se ne andrà tutta in blocco, ma almeno che cominci a sloggiare, perché con tutte le disavventure che la vita ci tira di questi tempi sennò diventa davvero tosta.
Come i meglio pagliacci della TV nostrana, blatererò di una mia opinione scomoda, che in realtà così scomoda non è, che tutti hanno il diritto, forse anche il dovere di ignorare – perché non porta il minimo beneficio per nessuno – con indosso, anche se non potete vederla, la miglior faccia di cazzo alla Caressa/Pardo/Giletti/Mauro Suma/fate voi che sono capace di fare, e con l'incrollabile e arrogante convinzione di essere nel giusto e di dire una sacrosanta verità, incurante delle critiche che certamente mi si potrebbero fare e delle falle nel mio ragionamento.
Quindi mettiamolo in chiaro subito, qualsiasi dibattito si voglia aprire sopra l'argomento di questo articolo non ha ragione di esistere, ed a qualsiasi commento mi si voglia rivolgere risponderò così:
Mah... Sì...
Veniamo al punto.
Sono fermamente convinto che l'Inter sia la metafora della vita umana più azzeccata della storia dello sport italiano, perlomeno, ma se vogliamo spararla grossa facciamo mondiale. Messa così, forse l'avete già sentita. Ancora meglio: è quanto di più poetico, romantico e visceralmente giusto esista nello sport.
Alla parola giusto vi immagino strabuzzare gli occhi e pensare "Ma che dice 'sto scemo?". Ripeto, non accetto discussioni, quindi strabuzzate gli occhi e pensatelo. Aspetterò 10 secondi. Forza.
...
Bravi. Ora, cerchiamo di espandere il concetto.
Perché poetica? Da interisti, dovreste saperlo, ma anche i tifosi della Sanbenedettese ormai ci saranno arrivati. Se ci fosse qualcuno proprio ma proprio lento di comprendonio che stesse leggendo quest'articolo, mi sbrigo a spiegarglielo dicendo che gli sbalzi di emozione che questa squadra inevitabilmente e costantemente suscita non possono essere definiti altrimenti, anche se certa gente la chiama ridicola per lo stesso esatto motivo. Poetica calza meglio non solo perché sono di parte, ma anche per il fatto che, certe volte, questi sbalzi d'emozione terminano in positivo, e in un positivo troppo traboccante per essere ignorato etichettandola in altra maniera.
Andiamo avanti: perché romantica? Ancora più facile. A questo ci arrivano tutti, dai. Sorvolo, tanto l'articolo lo scrivo io e decido io cosa scrivere. Se non lo sapete, prima di tutto vergognatevi, secondo, andate a farvelo spiegare da qualcun altro. C'è pieno di articoli direttamente su questo sito, fatti molto bene, che vi consiglio di leggere. Fatevi una cultura, che non è mai male.
Arriviamo finalmente all'opinione scomoda, da occhi strabuzzati e pensieri di scherno. Perché giusta? Come può un'entità che, solo ieri sera, ha causato così tanta sofferenza negli animi delle persone che la sostengono essere definita giusta?
L'Inter è giusta, geneticamente, visceralmente e profondamente, perché ha successo se e solo se è indubitamente meritevole di ottenerlo.
Paroloni, perdonate, riformulo.
L'Inter solleva qualche trofeo che non sia il Trofeo Tim estivo (Dio che nostalgia), passa il turno in qualche competizione, vince qualche partita importante, solamente quando lo merita, al di là di ogni possibile evenienza, che sia un colpo di sfortuna, un accenno di malizia, un pizzico di distrazioni, uno Iuliano a sbarrare la via. È una squadra che, per quanto si voglia attaccare e ricoprire di insulti la disposizione o l'atteggiamento dei suoi componenti sul campo, uno spicchio di cuore, di dimensioni che variano da quello di un colibrì a quello di una balenottera azzurra, sul campo ce lo lascia sempre, e dal campo se ne esce col sorriso solo se ce ne ha messo abbastanza, o più. Banalità? No, perché non è così per tutti.
Facciamo felici i gobbi: parliamo del Triplete.
Sì, versate una lacrimuccia, compagni di disavventure, ho detto proprio Triplete poche ore dopo una disarmante disfatta europea. Denunciatemi, se avete voglia. Sapete già con che faccia risponderò.
Esiste al mondo qualcuno che, a mente fredda e senza malizia, senza sorrisini provocatori, senza patentino da ultras nello stadio sbagliato di Torino, abbia il coraggio di ammettere che non abbiamo meritato di vincere il Triplete, in quell'anno? Se esiste e sta leggendo, ciao, c'è un'esperta che vorrei presentarti, ha qui la terapia per te:
Ma ammettiamo arbitrariamente che non esista, tanto le regole le faccio io.
Bene, spiegata con illustre esempio la faccia felice della medaglia, passiamo alla faccia triste.
C'è qualcuno, interista radicalizzato o non, in grado di dire seriamente e a mente fredda che l'Inter, quest'anno, ha meritato di passare il girone? Alzi la mano. No? Mi pare scontato.
Non ho il tempo né la voglia né l'esperienza necessaria a farvi ripassare tutti gli esatti momenti storici per cui sono convinto di questo fatto, nel caso ne aveste bisogno c'è una rubrica del collega Vincenzo fatta apposta. Se non avete già chiuso, pensando non avessi null'altro da dire che non fosse ovvietà, grazie della fiducia ma non so se ne sarò all'altezza. Comunque, riprendiamo.
L'Italia ed il mondo sono pieni di squadre pronte ad essere sostenute, se non siete pronti a sobbarcarvi la responsabilità del blasone più importante di tutti, quello della giustezza. Non uso giustizia, perché non sono avvocato né giudice, e perché nel remoto caso mi stia leggendo qualche gobbo scapperebbe a gambe levate. Ci tengo, io, ai miei lettori. L'Inter è #notforeveryone, per davvero. Forse non esattamente come intendeva il cervello dietro a quest'hashtag, ma poco ci manca. Rigirando la frittata con una metafora, diciamo che l'Inter è l'anello mancante che congiunge le squadre abituate a vincere, le grandi squadre, le grosse squadre, le grasse squadre, sostenute dai più, alle One Hit Wonders, quelle che capita vincano una volta ogni morte di Papa, per una congiunzione astrale favorevole, una proprietà che si svena per amore, o un mister visionario, o un qualche grande gioiello coi piedi che nasce e fiorisce in quel determinato ambiente. Abbiamo vinto abbastanza da far compagnia alle grasse squadre, e abbastanza raramente e rocambolescamente da far compagnia alle One Hit Wonders, e lo abbiamo sempre fatto giustamente, sulla distanza o nel piccolo.
Raramente noi interisti abbiamo ottenuto qualcosa col contributo di pochi marziani, ancor più raramente grazie a qualche congiunzione astrale. Quando lo facciamo, lo facciamo col botto, stracciamo le statistiche, col contributo di tutti, non grazie a qualcuno. E capita spesso che non lo facciamo, perché il contributo, seppur di tutti, a volte non basta. Con l'Inter, solo con l'Inter, che io sappia, non c'è la botta di culo, o se c'è almeno cento cadute di faccia fanno da contrappeso. Il favore dell'arbitro è sempre fuori dall'equazione. La prestazione a sorpresa arriva solo in negativo; lo sboccio del campione anonimo, lo sapete meglio di me, capita a chi ci gioca contro, per quanto bene io possa volere ai MITT. L'infortunio del giocatore chiave degli avversari li fa giocare meglio. La famigerata partita da vincere, quella dove è il momento di brillare, vedi ieri sera, ci ossida. Ci rende opachi. Perché se non brilliamo sempre, a noi non basta.
Siamo la Legge di Murphy in divisa e calzoncini, insomma. Non vuoi dire Pazza, credi ancora nel No Mor Grezy Inder? Dici Giusta, che ancora ci appartiene. Profondamente. E, oggi, dolorosamente.
Tornerà, fidatevi, tornerà un momento in cui sarà giusto che noi trionfiamo. E ci saranno altri momenti in cui non accadrà, ma noi potremo avere la consolazione che se non è stato, non è stato perché, davvero, non avrebbe dovuto. E potremo dire, per quanto con faccia da cazzo alla Caressa e company, che non ci saremmo sentiti felici, a vincere perché sì, perché è capitato, anche se non ci spettava. Perché noi sì che sappiamo quanto fa sentire felici una sana, bella, poetica, romantica, giusta vittoria. Meglio di chiunque altro. Sparandola grossa, meglio di chiunque-altro-al mondo.
Scrivo per sfogarmi dalla cocente delusione di mercoledì sera, come molti di voi può darsi stiano facendo. Chi ad amici per messaggio, chi per lavoro o perché gestisce una qualche pagina a tema sui social, come la nostra. È un buon modo per smaltire la rabbia, credo. Sono certo che non se ne andrà tutta in blocco, ma almeno che cominci a sloggiare, perché con tutte le disavventure che la vita ci tira di questi tempi sennò diventa davvero tosta.
Come i meglio pagliacci della TV nostrana, blatererò di una mia opinione scomoda, che in realtà così scomoda non è, che tutti hanno il diritto, forse anche il dovere di ignorare – perché non porta il minimo beneficio per nessuno – con indosso, anche se non potete vederla, la miglior faccia di cazzo alla Caressa/Pardo/Giletti/Mauro Suma/fate voi che sono capace di fare, e con l'incrollabile e arrogante convinzione di essere nel giusto e di dire una sacrosanta verità, incurante delle critiche che certamente mi si potrebbero fare e delle falle nel mio ragionamento.
Quindi mettiamolo in chiaro subito, qualsiasi dibattito si voglia aprire sopra l'argomento di questo articolo non ha ragione di esistere, ed a qualsiasi commento mi si voglia rivolgere risponderò così:
Mah... Sì...
Veniamo al punto.
Sono fermamente convinto che l'Inter sia la metafora della vita umana più azzeccata della storia dello sport italiano, perlomeno, ma se vogliamo spararla grossa facciamo mondiale. Messa così, forse l'avete già sentita. Ancora meglio: è quanto di più poetico, romantico e visceralmente giusto esista nello sport.
Alla parola giusto vi immagino strabuzzare gli occhi e pensare "Ma che dice 'sto scemo?". Ripeto, non accetto discussioni, quindi strabuzzate gli occhi e pensatelo. Aspetterò 10 secondi. Forza.
...
Bravi. Ora, cerchiamo di espandere il concetto.
Perché poetica? Da interisti, dovreste saperlo, ma anche i tifosi della Sanbenedettese ormai ci saranno arrivati. Se ci fosse qualcuno proprio ma proprio lento di comprendonio che stesse leggendo quest'articolo, mi sbrigo a spiegarglielo dicendo che gli sbalzi di emozione che questa squadra inevitabilmente e costantemente suscita non possono essere definiti altrimenti, anche se certa gente la chiama ridicola per lo stesso esatto motivo. Poetica calza meglio non solo perché sono di parte, ma anche per il fatto che, certe volte, questi sbalzi d'emozione terminano in positivo, e in un positivo troppo traboccante per essere ignorato etichettandola in altra maniera.
Andiamo avanti: perché romantica? Ancora più facile. A questo ci arrivano tutti, dai. Sorvolo, tanto l'articolo lo scrivo io e decido io cosa scrivere. Se non lo sapete, prima di tutto vergognatevi, secondo, andate a farvelo spiegare da qualcun altro. C'è pieno di articoli direttamente su questo sito, fatti molto bene, che vi consiglio di leggere. Fatevi una cultura, che non è mai male.
Arriviamo finalmente all'opinione scomoda, da occhi strabuzzati e pensieri di scherno. Perché giusta? Come può un'entità che, solo ieri sera, ha causato così tanta sofferenza negli animi delle persone che la sostengono essere definita giusta?
L'Inter è giusta, geneticamente, visceralmente e profondamente, perché ha successo se e solo se è indubitamente meritevole di ottenerlo.
Paroloni, perdonate, riformulo.
L'Inter solleva qualche trofeo che non sia il Trofeo Tim estivo (Dio che nostalgia), passa il turno in qualche competizione, vince qualche partita importante, solamente quando lo merita, al di là di ogni possibile evenienza, che sia un colpo di sfortuna, un accenno di malizia, un pizzico di distrazioni, uno Iuliano a sbarrare la via. È una squadra che, per quanto si voglia attaccare e ricoprire di insulti la disposizione o l'atteggiamento dei suoi componenti sul campo, uno spicchio di cuore, di dimensioni che variano da quello di un colibrì a quello di una balenottera azzurra, sul campo ce lo lascia sempre, e dal campo se ne esce col sorriso solo se ce ne ha messo abbastanza, o più. Banalità? No, perché non è così per tutti.
Facciamo felici i gobbi: parliamo del Triplete.
Sì, versate una lacrimuccia, compagni di disavventure, ho detto proprio Triplete poche ore dopo una disarmante disfatta europea. Denunciatemi, se avete voglia. Sapete già con che faccia risponderò.
Esiste al mondo qualcuno che, a mente fredda e senza malizia, senza sorrisini provocatori, senza patentino da ultras nello stadio sbagliato di Torino, abbia il coraggio di ammettere che non abbiamo meritato di vincere il Triplete, in quell'anno? Se esiste e sta leggendo, ciao, c'è un'esperta che vorrei presentarti, ha qui la terapia per te:
Ma ammettiamo arbitrariamente che non esista, tanto le regole le faccio io.
Bene, spiegata con illustre esempio la faccia felice della medaglia, passiamo alla faccia triste.
C'è qualcuno, interista radicalizzato o non, in grado di dire seriamente e a mente fredda che l'Inter, quest'anno, ha meritato di passare il girone? Alzi la mano. No? Mi pare scontato.
Non ho il tempo né la voglia né l'esperienza necessaria a farvi ripassare tutti gli esatti momenti storici per cui sono convinto di questo fatto, nel caso ne aveste bisogno c'è una rubrica del collega Vincenzo fatta apposta. Se non avete già chiuso, pensando non avessi null'altro da dire che non fosse ovvietà, grazie della fiducia ma non so se ne sarò all'altezza. Comunque, riprendiamo.
L'Italia ed il mondo sono pieni di squadre pronte ad essere sostenute, se non siete pronti a sobbarcarvi la responsabilità del blasone più importante di tutti, quello della giustezza. Non uso giustizia, perché non sono avvocato né giudice, e perché nel remoto caso mi stia leggendo qualche gobbo scapperebbe a gambe levate. Ci tengo, io, ai miei lettori. L'Inter è #notforeveryone, per davvero. Forse non esattamente come intendeva il cervello dietro a quest'hashtag, ma poco ci manca. Rigirando la frittata con una metafora, diciamo che l'Inter è l'anello mancante che congiunge le squadre abituate a vincere, le grandi squadre, le grosse squadre, le grasse squadre, sostenute dai più, alle One Hit Wonders, quelle che capita vincano una volta ogni morte di Papa, per una congiunzione astrale favorevole, una proprietà che si svena per amore, o un mister visionario, o un qualche grande gioiello coi piedi che nasce e fiorisce in quel determinato ambiente. Abbiamo vinto abbastanza da far compagnia alle grasse squadre, e abbastanza raramente e rocambolescamente da far compagnia alle One Hit Wonders, e lo abbiamo sempre fatto giustamente, sulla distanza o nel piccolo.
Raramente noi interisti abbiamo ottenuto qualcosa col contributo di pochi marziani, ancor più raramente grazie a qualche congiunzione astrale. Quando lo facciamo, lo facciamo col botto, stracciamo le statistiche, col contributo di tutti, non grazie a qualcuno. E capita spesso che non lo facciamo, perché il contributo, seppur di tutti, a volte non basta. Con l'Inter, solo con l'Inter, che io sappia, non c'è la botta di culo, o se c'è almeno cento cadute di faccia fanno da contrappeso. Il favore dell'arbitro è sempre fuori dall'equazione. La prestazione a sorpresa arriva solo in negativo; lo sboccio del campione anonimo, lo sapete meglio di me, capita a chi ci gioca contro, per quanto bene io possa volere ai MITT. L'infortunio del giocatore chiave degli avversari li fa giocare meglio. La famigerata partita da vincere, quella dove è il momento di brillare, vedi ieri sera, ci ossida. Ci rende opachi. Perché se non brilliamo sempre, a noi non basta.
Siamo la Legge di Murphy in divisa e calzoncini, insomma. Non vuoi dire Pazza, credi ancora nel No Mor Grezy Inder? Dici Giusta, che ancora ci appartiene. Profondamente. E, oggi, dolorosamente.
Tornerà, fidatevi, tornerà un momento in cui sarà giusto che noi trionfiamo. E ci saranno altri momenti in cui non accadrà, ma noi potremo avere la consolazione che se non è stato, non è stato perché, davvero, non avrebbe dovuto. E potremo dire, per quanto con faccia da cazzo alla Caressa e company, che non ci saremmo sentiti felici, a vincere perché sì, perché è capitato, anche se non ci spettava. Perché noi sì che sappiamo quanto fa sentire felici una sana, bella, poetica, romantica, giusta vittoria. Meglio di chiunque altro. Sparandola grossa, meglio di chiunque-altro-al mondo.
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🏆 Che ricordo sbloccato con la copertina vero? Era per iniziare ad aprire i canali delle lacrime. Così ci portiamo avanti per stasera. 🏆 Un derby come unico obiettivo rimasto agli avversari in stagione nel nostro periodo più delicato ci serviva proprio. Ne avevamo bisogno. 🏆 Ah la Coppa Italia è l'unico modo che hanno […]
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