20/11/2021

La prima guerra calcistica: parte seconda

Se ti sei perso la prima parte, clicca qui

L'impero Juventino, così fu chiamato in seguito l'esercito bianconero, in crisi militare e senza una linea mediana militare valida, decise di ritirarsi nella sua fortezza attuando una politica di protezionismo per evitare di entrare in una guerra che in quel momento non avrebbe potuto affrontare.

Le sei potenze rimaste, negli anni antecedenti alla prima guerra calcistica avevano stipulato diversi accordi che favorissero la crescita personale e che fossero vantaggiosi per tutti, oltre ad avere una matrice di antijuventinità insita.

Questi accordi portarono nei primi anni del XX secolo alla creazioni di due blocchi ben distinti:

da una parte nacque la triplice alleanza formata dall'armata napoletana, nerazzurra e biancoceleste, dall'altra nacque la triplice intesa formata dall'armata bergamasca, rossonera e giallorossa.

La prima guerra calcistica: parte seconda 1 Ranocchiate
triplice alleanza a sinistra, triplice intesa a destra

La guerra iniziò per mano del folle dittatore Claudio Lotito, che, nonostante avesse a disposizione mezzi militari modesti, ritenne che questo fosse il momento giusto per imporsi come dominatore di Roma e dell'Italia intera.

Sferrò il primo attacco al grido del "VINCERE E VINC..."ehm no questa è un'altra storia, sferrò il primo attacco al grido di "A RIOMMA SOLO A LAZIE", scatenando le ire dell'esercito giallorosso che sotto la guida di Mourinho intervenne nel conflitto e dichiarò ufficialmente guerra alla Lazio.

Lo scontro Lazio - Roma portò al susseguirsi di dichiarazioni di guerra da parte delle altre potenze implicate nei vari accordi, e così in poco tempo la guerra assunse dimensioni mai viste.

Oltre alla Juventus, isolata nella sua fortezza a Torino, anche l'armata Internazionale, sotto suggerimento del consigliere reale Beppe Marotta decise di non prendere parte almeno inizialmente alla guerra.

Seppur l'armata nerazzurra facesse parte della triplice alleanza, il consigliere fece leva su una clausola di non belligeranza all'interno del concordato. Qualora un esercito all'interno della triplice alleanza fosse stato attaccato, gli altri due armamenti sarebbero stati costretti a intervenire in difesa, ma se al contrario uno dei tre eserciti avesse deciso di sferrare l'attacco per primo, come accaduto in questo caso, allora gli altri due potevano permettersi di non prendere parte al conflitto. 

La verità è che il perfido e geniale consigliere Beppe Marotta sotto traccia stava intavolando una trattativa per soffiare al tiranno Claudio Lotito il generale Spiaze, l'uomo migliore per rimpiazzare Antonio Conte dato che entrambi attuavano la stessa strategia bellica del 3-5-2.

Simone Inzaghi adorava l'armata Laziale e ne faceva parte da vent'anni: prima come soldato e successivamente come generale.

Il motivo per cui era pronto a tradire il suo battaglione per l'armata nerazzurra era il problematico rapporto con Lotito; innanzitutto riteneva scellerato iniziare una guerra data la modestia di risorse di cui disponeva la Lazio e in secondo luogo non veniva retribuito sufficientemente in rapporto ai successi militari che aveva ottenuto in quegli anni.

Dopo un anno di silenziose trattative e incontri, il 24 Maggio 1915 l'Armata Internazionale ufficializzò l'acquisto di Simone SPIAZE Inzaghi come generale dell'esercito e dichiarò guerra all'armata biancoceleste al fianco della triplice intesa (lo so, è terrificante dover combattere al fianco del Milan e di Gasperini, però purtroppo la storia dice questo).

La prima guerra calcistica: parte seconda 2 Ranocchiate

I motivi per entrare in guerra contro la Lazio erano molteplici: in primo luogo SPIAZE voleva vendicarsi dei soprusi subiti dal tiranno Lotito, in secondo luogo persisteva nelle anime del popolo nerazzurro un sentimento di rivalsa, chiamato "revanscismo Milanese", che voleva vendicare la sconfitta nella famosa battaglia del 5 Maggio.

La prima mossa obbligata che dovette fare la Lazio fu quella di assoldare un nuovo comandante e, sotto suggerimento del suo alleato, il tiranno cinefilo De Laurentis, andò a chiedere in Toscana, fucina di grandi allenatori.

La regione, in cambio di aiuti militari ed economici, mise a disposizione dell'armata romana il celebre generale Maurizio Sarri, inventore di una filosofia militare chiamata “Sarrismo."

Fu così che, mentre nel resto dell'Italia si scontrarono l'armata azzurra contro gli armamenti rossoneri, giallorossi e bergamaschi, a Roma, più precisamente nell'arena olimpica, si consumò una delle battaglie di logoramento più sanguinose della storia del calcio.

Alla destra del rettangolo verde si schierò l'armata biancoceleste; una volta piazzato lo stendardo dell'aquila a mostrar fieramente il proprio simbolo, il generale Sarri, in tuta da combattimento, avvolto da una coltre di fumo, dispose l'esercito secondo lo schema del 4-3-3.

La prima guerra calcistica: parte seconda 3 Ranocchiate

A difendere e guidare lo schieramento dalle retrovie troviamo il tenente Pepe Reina, spagnolo di nascita e napoletano d'adozione, fenomenale nel lanciare granate e bombe a mano dalla retroguardia, meno nel proteggere la linea difensiva adottata; la retroguardia difensiva era decisamente debole e superabile, motivo per cui la strategia adottata dal sergente era quella di attaccare fin da subito aggressivamente per non rischiare di far collassare la sua linea difensiva troppo presto.

La mediana era tra le più valide della penisola italica, fiore all'occhiello dell'esercito che vantava un mercenario avanti con l'età ma d'esperienza quale il brasiliano Lucas Leiva, al quale veniva affiancato il militare spagnolo Luis Alberto e lo spietato jugoslavo Sergej Milinkovic-Savic.

In avanti, la linea di sfondamento sfoderava un buon tridente: ai lati si trovano il brasiliano Felipe Anderson e lo spagnolo Pedro, mercenario strappato all'esercito di Mourinho mentre a comandare l'esercito in avanti troviamo il caporale Ciro Immobile, uno dei soldati più controversi della penisola, capace di imprese fenomenali ma anche disastrose nell'arco di poco tempo (campionati europei docet).

Alla sinistra del rettangolo verde si schierò l'armata neroazzuRRAAAA E MAI NESSSUN CI FERMERA', NOI SAREMO SEMPRE QUAA... ehm scusate questa è un'altra storia.

Alla sinistra del rettangolo verde si schierò l'armata nerazzurra; una volta piazzato lo stendardo del Biscione avvolto dallo stemma tricolore a mostrare fieramente chi fosse il padrone dell'Italia in quel momento, il generale SPIAZE, elegante come sempre e assorto nei suoi pensieri di vendetta e commozione, schierò il classico 3-5-2 di scuola contiana.

A comandar la difesa con freddezza e autorità c'è il tenente Samir Handanovic, eroico combattente di mille battaglie, negli anni si è contraddistinto per essere sempre uno dei migliori, anche nei periodi più bui; questa si pensa essere la sua ultima battaglia, dato che pare abbia preso un po' troppo seriamente il concetto di guerra di posizionamento statica.

La prima guerra calcistica: parte seconda 4 Ranocchiate
una delle armi (di autodistruzione) segrete dell'armata nerazzurra...

La linea difensiva era un'eccellenza dell'armata Internazionale: poteva vantare sul lato destro un eccellente militare italico, Alessandro Bastoni, tanto elegante quanto duro nello scontro; sul lato sinistro si ergeva il vichingo della Slovacchia, Milan Skriniar, il più brutale fra i commilitoni; centralmente dominava l'olandese Stefan De Vrij, imperioso e letale nello scontro, ex soldato alla corte di Lotito, sicuro prigioniero di guerra in caso di sconfitta nerazzurra.

La linea mediana era probabilmente, insieme a quella biancoceleste, la migliore in Italia.

A coordinare le manovre belliche centralmente c'era il croato Marcelo Brozovic; chi l'ha avuto vicino nella vita privata  racconta di un uomo folle, totalmente assorto nel suo indecifrabile mondo ma, una volta sul campo di battaglia, si trasformava nel migliore dei soldati.

Alla destra di Marcelo, si posizionava Hakan Chalanoglu, leader del movimento "giovani Turchi" per l'indipendenza dall'impero ottomano: trovò asilo a Milano, sponda rossonera ma decise in seguito di passare alla sponda nerazzurra dal momento che quest'ultima offriva un più lauto compenso.

La prima guerra calcistica: parte seconda 5 Ranocchiate
un tradimento che non è passato in sordina diciamo...

Sul centro sinistra vediamo il sardo Niccolò Barella, uno dei più grandi combattenti del globo terracqueo, tanto abile sul campo di gioco quanto nei festeggiamenti post bellici.

Ai due lati troviamo il croato Ivan IL TERRIBILE Perisic, brate di Brozovic di mille scontri, importante freccia al servizio dell'armata e l'olandese volante, il mai felice Denzel Dumfries, comprato all'ultimo per tentar, fallendo nell'intento, di rimpiazzare la freccia marocchina Achraf Hakimi.

L'asse Bosniaco-Argentina era il fiore all'occhiello della manovra offensiva del generale SPIAZE: il mai domo Lautaro Martinez, uno dei militari migliori e il Bosniaco Edin Dzeko, un veterano della guerra, chiamato per rimpiazzare il più grande militare della scorsa battaglia italica, Romelu Lukaku.

Le due armate si scontrarono a metà campo e per un anno intero nessuna delle due riuscì a prevalere sull'altra, sino a quando nel 1916

FINE SECONDA PARTE

La prima guerra calcistica: parte seconda

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L'impero Juventino, così fu chiamato in seguito l'esercito bianconero, in crisi militare e senza una linea mediana militare valida, decise di ritirarsi nella sua fortezza attuando una politica di protezionismo per evitare di entrare in una guerra che in quel momento non avrebbe potuto affrontare.

Le sei potenze rimaste, negli anni antecedenti alla prima guerra calcistica avevano stipulato diversi accordi che favorissero la crescita personale e che fossero vantaggiosi per tutti, oltre ad avere una matrice di antijuventinità insita.

Questi accordi portarono nei primi anni del XX secolo alla creazioni di due blocchi ben distinti:

da una parte nacque la triplice alleanza formata dall'armata napoletana, nerazzurra e biancoceleste, dall'altra nacque la triplice intesa formata dall'armata bergamasca, rossonera e giallorossa.

La prima guerra calcistica: parte seconda 6 Ranocchiate
triplice alleanza a sinistra, triplice intesa a destra

La guerra iniziò per mano del folle dittatore Claudio Lotito, che, nonostante avesse a disposizione mezzi militari modesti, ritenne che questo fosse il momento giusto per imporsi come dominatore di Roma e dell'Italia intera.

Sferrò il primo attacco al grido del "VINCERE E VINC..."ehm no questa è un'altra storia, sferrò il primo attacco al grido di "A RIOMMA SOLO A LAZIE", scatenando le ire dell'esercito giallorosso che sotto la guida di Mourinho intervenne nel conflitto e dichiarò ufficialmente guerra alla Lazio.

Lo scontro Lazio - Roma portò al susseguirsi di dichiarazioni di guerra da parte delle altre potenze implicate nei vari accordi, e così in poco tempo la guerra assunse dimensioni mai viste.

Oltre alla Juventus, isolata nella sua fortezza a Torino, anche l'armata Internazionale, sotto suggerimento del consigliere reale Beppe Marotta decise di non prendere parte almeno inizialmente alla guerra.

Seppur l'armata nerazzurra facesse parte della triplice alleanza, il consigliere fece leva su una clausola di non belligeranza all'interno del concordato. Qualora un esercito all'interno della triplice alleanza fosse stato attaccato, gli altri due armamenti sarebbero stati costretti a intervenire in difesa, ma se al contrario uno dei tre eserciti avesse deciso di sferrare l'attacco per primo, come accaduto in questo caso, allora gli altri due potevano permettersi di non prendere parte al conflitto. 

La verità è che il perfido e geniale consigliere Beppe Marotta sotto traccia stava intavolando una trattativa per soffiare al tiranno Claudio Lotito il generale Spiaze, l'uomo migliore per rimpiazzare Antonio Conte dato che entrambi attuavano la stessa strategia bellica del 3-5-2.

Simone Inzaghi adorava l'armata Laziale e ne faceva parte da vent'anni: prima come soldato e successivamente come generale.

Il motivo per cui era pronto a tradire il suo battaglione per l'armata nerazzurra era il problematico rapporto con Lotito; innanzitutto riteneva scellerato iniziare una guerra data la modestia di risorse di cui disponeva la Lazio e in secondo luogo non veniva retribuito sufficientemente in rapporto ai successi militari che aveva ottenuto in quegli anni.

Dopo un anno di silenziose trattative e incontri, il 24 Maggio 1915 l'Armata Internazionale ufficializzò l'acquisto di Simone SPIAZE Inzaghi come generale dell'esercito e dichiarò guerra all'armata biancoceleste al fianco della triplice intesa (lo so, è terrificante dover combattere al fianco del Milan e di Gasperini, però purtroppo la storia dice questo).

La prima guerra calcistica: parte seconda 7 Ranocchiate

I motivi per entrare in guerra contro la Lazio erano molteplici: in primo luogo SPIAZE voleva vendicarsi dei soprusi subiti dal tiranno Lotito, in secondo luogo persisteva nelle anime del popolo nerazzurro un sentimento di rivalsa, chiamato "revanscismo Milanese", che voleva vendicare la sconfitta nella famosa battaglia del 5 Maggio.

La prima mossa obbligata che dovette fare la Lazio fu quella di assoldare un nuovo comandante e, sotto suggerimento del suo alleato, il tiranno cinefilo De Laurentis, andò a chiedere in Toscana, fucina di grandi allenatori.

La regione, in cambio di aiuti militari ed economici, mise a disposizione dell'armata romana il celebre generale Maurizio Sarri, inventore di una filosofia militare chiamata “Sarrismo."

Fu così che, mentre nel resto dell'Italia si scontrarono l'armata azzurra contro gli armamenti rossoneri, giallorossi e bergamaschi, a Roma, più precisamente nell'arena olimpica, si consumò una delle battaglie di logoramento più sanguinose della storia del calcio.

Alla destra del rettangolo verde si schierò l'armata biancoceleste; una volta piazzato lo stendardo dell'aquila a mostrar fieramente il proprio simbolo, il generale Sarri, in tuta da combattimento, avvolto da una coltre di fumo, dispose l'esercito secondo lo schema del 4-3-3.

La prima guerra calcistica: parte seconda 8 Ranocchiate

A difendere e guidare lo schieramento dalle retrovie troviamo il tenente Pepe Reina, spagnolo di nascita e napoletano d'adozione, fenomenale nel lanciare granate e bombe a mano dalla retroguardia, meno nel proteggere la linea difensiva adottata; la retroguardia difensiva era decisamente debole e superabile, motivo per cui la strategia adottata dal sergente era quella di attaccare fin da subito aggressivamente per non rischiare di far collassare la sua linea difensiva troppo presto.

La mediana era tra le più valide della penisola italica, fiore all'occhiello dell'esercito che vantava un mercenario avanti con l'età ma d'esperienza quale il brasiliano Lucas Leiva, al quale veniva affiancato il militare spagnolo Luis Alberto e lo spietato jugoslavo Sergej Milinkovic-Savic.

In avanti, la linea di sfondamento sfoderava un buon tridente: ai lati si trovano il brasiliano Felipe Anderson e lo spagnolo Pedro, mercenario strappato all'esercito di Mourinho mentre a comandare l'esercito in avanti troviamo il caporale Ciro Immobile, uno dei soldati più controversi della penisola, capace di imprese fenomenali ma anche disastrose nell'arco di poco tempo (campionati europei docet).

Alla sinistra del rettangolo verde si schierò l'armata neroazzuRRAAAA E MAI NESSSUN CI FERMERA', NOI SAREMO SEMPRE QUAA... ehm scusate questa è un'altra storia.

Alla sinistra del rettangolo verde si schierò l'armata nerazzurra; una volta piazzato lo stendardo del Biscione avvolto dallo stemma tricolore a mostrare fieramente chi fosse il padrone dell'Italia in quel momento, il generale SPIAZE, elegante come sempre e assorto nei suoi pensieri di vendetta e commozione, schierò il classico 3-5-2 di scuola contiana.

A comandar la difesa con freddezza e autorità c'è il tenente Samir Handanovic, eroico combattente di mille battaglie, negli anni si è contraddistinto per essere sempre uno dei migliori, anche nei periodi più bui; questa si pensa essere la sua ultima battaglia, dato che pare abbia preso un po' troppo seriamente il concetto di guerra di posizionamento statica.

La prima guerra calcistica: parte seconda 9 Ranocchiate
una delle armi (di autodistruzione) segrete dell'armata nerazzurra...

La linea difensiva era un'eccellenza dell'armata Internazionale: poteva vantare sul lato destro un eccellente militare italico, Alessandro Bastoni, tanto elegante quanto duro nello scontro; sul lato sinistro si ergeva il vichingo della Slovacchia, Milan Skriniar, il più brutale fra i commilitoni; centralmente dominava l'olandese Stefan De Vrij, imperioso e letale nello scontro, ex soldato alla corte di Lotito, sicuro prigioniero di guerra in caso di sconfitta nerazzurra.

La linea mediana era probabilmente, insieme a quella biancoceleste, la migliore in Italia.

A coordinare le manovre belliche centralmente c'era il croato Marcelo Brozovic; chi l'ha avuto vicino nella vita privata  racconta di un uomo folle, totalmente assorto nel suo indecifrabile mondo ma, una volta sul campo di battaglia, si trasformava nel migliore dei soldati.

Alla destra di Marcelo, si posizionava Hakan Chalanoglu, leader del movimento "giovani Turchi" per l'indipendenza dall'impero ottomano: trovò asilo a Milano, sponda rossonera ma decise in seguito di passare alla sponda nerazzurra dal momento che quest'ultima offriva un più lauto compenso.

La prima guerra calcistica: parte seconda 10 Ranocchiate
un tradimento che non è passato in sordina diciamo...

Sul centro sinistra vediamo il sardo Niccolò Barella, uno dei più grandi combattenti del globo terracqueo, tanto abile sul campo di gioco quanto nei festeggiamenti post bellici.

Ai due lati troviamo il croato Ivan IL TERRIBILE Perisic, brate di Brozovic di mille scontri, importante freccia al servizio dell'armata e l'olandese volante, il mai felice Denzel Dumfries, comprato all'ultimo per tentar, fallendo nell'intento, di rimpiazzare la freccia marocchina Achraf Hakimi.

L'asse Bosniaco-Argentina era il fiore all'occhiello della manovra offensiva del generale SPIAZE: il mai domo Lautaro Martinez, uno dei militari migliori e il Bosniaco Edin Dzeko, un veterano della guerra, chiamato per rimpiazzare il più grande militare della scorsa battaglia italica, Romelu Lukaku.

Le due armate si scontrarono a metà campo e per un anno intero nessuna delle due riuscì a prevalere sull'altra, sino a quando nel 1916

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