05/05/2020

Perché il 5 maggio è la giornata degli interisti

"Quei cartonati prescritti mi hanno rubato tutta la scena"
- Alessandro Manzoni

"Forse se avessi scritto una poesia un po' più bella a quest'ora non se la prenderebbero tutti con me"
- Vratislav Gresko

C'è una data che ogni interista ricorda alla perfezione e ogni volta che la sente nominare un brivido gli corre lungo la schiena.
È ancora più importante del giorno del compleanno, tranne per quelli che lo festeggiano proprio il 5 maggio. In quel caso vi facciamo tanti auguri, sfigatoni.

Oggi sono trascorsi 18 anni da quel giorno ma il ricordo rimane nitido nonostante il tempo che passa.

Ehi, questo vuol dire che magari qualcuno di voi sta facendo anche il diciottesimo in quarantena?!?!?
Borga droia brati, vi siamo vicini. Sappiate che mentre voi stavate venendo al mondo, anche noi eravamo in lacrime, ma per motivi diversi.

Chi c'era se lo ricorderà di sicuro.
L'avvicinamento a quella partita fu vissuto in modo collettivo da tutto il popolo interista. Tutta l'Inter aspettava con trepidazione la vittoria di quello scudetto che mancava da troppo tempo. Nel frattempo comunque c'erano stati trionfi in campo europeo (chissà perché oltre il confine le cose andavano meglio. Strano, vero?), avevamo avuto calciatori fortissimi, tra cui probabilmente anche il migliore al mondo. L'Inter è riuscita nonostante tutto a rimanere al vertice, a essere una big, e questo lo deve non ai titoli, ma a un amore e una passione che non si è mai spenta. Perché se fossimo sfigati come dicono non saremmo uno dei club più amati e importanti al modo.
E questo grande amore a tinte nerazzurre quel giorno si vedeva più che mai, si percepiva e si sentiva in tutti, dai tifosi più adulti e forse più consapevoli, che respiravano un'aria "non del tutto corretta" nella serie A dell'epoca, ai più giovani che magari di certe cose non se ne accorgevano ancora, ma comunque non avevano mai visto la loro squadra vincere un campionato e non capivano perché tutti gli altri si divertissero, mentre a loro questo privilegio sembrava negato.

Il tifo per una squadra, l'Inter nel nostro caso, è un fenomeno collettivo, spesso familiare, perciò ripensando a più o meno tutti i racconti di quel 5 maggio (perché diciamocelo, a noi interisti piace parlare anche delle nostre sfighe, ed è spesso argomento di conversazione tra noi tifosi) l'immagine più ricorrente è quella di famiglie in attesa, emozionate, come di fronte a qualcosa di religioso.
Forse anche per questo si parla sempre di "fede" calcistica, una fede che va di pari passo con la speranza, che un giorno arriverà qualcosa di ancora più bello rispetto al presente.

Questa attesa si sentiva anche all'Olimpico, quel giorno. Chi c'era parla di un clima surreale, di tensione. Non era affatto una giornata come tutte le altre.
Anche se non ero lì penso che fosse uno stato d'animo che accomunava tutti: Giocatori, tifosi, anche il nostro Presidente sicuramente avrà provato le stesse sensazioni di qualsiasi tifoso, lui che era più in alto di tutti, in quel momento si sarà sentito esattamente come un qualsiasi bambino seduto davanti alla tv di casa, con la maglietta di uno dei suoi campioni preferiti.

In seguito si è detto di tutto su quella partita, ma quello che emerge principalmente tra i protagonisti di quella giornata, è che il problema principale quel giorno fosse psicologico, quasi come se il loro punto debole fosse quello di tenerci troppo, un grande amore, sicuramente, ma ossessivo. Non era più solo un sogno, ma un ossessione, per usare le stesse parole di José qualche anno dopo.

Questa cosa si vide in campo, in una partita della quale non ha neanche senso ripercorrere gli avvenimenti, tanto ormai ci basta solo sentir dire KAREL POBORSKY per avere immediati riflessi involontari, anche pericolosi.

Quella partita per tanti interisti fu il primo "trauma" calcistico, per altri invece solo uno tra tanti. È qualcosa che rimane dentro, e non si può dimenticare. Tutti ricordiamo le nostre sensazioni prima, durante e dopo quella gara.
Sono sicuro che se ci mettessimo tra noi a raccontarcele, anche mentre siamo qui costretti a distanza attraverso i social, perfino la nuova reaction abbraccio di Facebook si metterebbe a piangere. Ma in un certo senso sono queste esperienze che ci hanno reso più forti, ci hanno insegnato tantissimo non solo per il calcio ma per la vita in generale, per i nostri affetti, per i nostri sogni, per tutto
.
C'è un motivo per cui questa data è rimasta così impressa nel calcio italiano, anche attraverso gli sfottó e tutto il resto, nonostante guardandoci indietro non fosse nulla di così straordinario. Di campionati persi all'ultima giornata ne avremmo decine e decine di esempi, per farne solo uno tra tanti, anche la Juventus aveva perso lo scudetto a Perugia due anni prima (lo sanno bene Materazzi e il Misder Conte) ma di questo avvenimento se ne parla molto meno. La ragione, oltre alla famosa P. I. mourinhiana, credo che sia intrecciata alla cultura e allo spirito della nostra Inter.
Forse dietro questo nostro 5 maggio c'era una passione diversa, un amore diverso, forse si vede che ci tenevamo più di tutti?
Le grandi sconfitte del calcio, i "Maracanazo" , si portano dietro un'eco storica direttamente proporzionale al livello di passione che c'era attorno a quelle partite.
E non è un caso che proprio all'origine della passione, ci sia il verbo patior latino, soffrire.
Ancora oggi in tedesco la passione la chiamano Leidenschaft, dove leiden = soffrire. Lo saprà anche il buon Gresko che ha giocato qualche annetto in Germania. (MALEDETTOOOOOOOOOO)

Per questo, ripensando al 5 maggio, possiamo farlo con fierezza, incazzati certo, anche tristi, ma fieri. Non è una data che nasconderemo, mai.
Che ci prendano anche in giro se vogliono, ma solo noi abbiamo l'onore di avere un giorno tutto nostro, sia nella sconfitta, 2002, che nella vittoria, 2010. Sono altre le sconfitte di cui vergognarsi.

Perché vincere non è "l'unica cosa che conta" e chi la pensa così probabilmente non ha capito tante cose della vita.
Non è un caso che proprio Facchetti abbia pronunciato questa frase:


"Ci sono giorni in cui essere Interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo è un onore."

E così, per un incredibile cerchio del destino, oggi possiamo collegare questa data, il 5 maggio, alla vittoria del primo trofeo del Triplete: la finale di Coppa Italia, sempre a Roma, una partita epica e con tanti giocatori di quella squadra ancora in campo insieme ai nostri tifosi.
È anche questo a rendere tutto più bello, più magico: l'amore che c'è dietro.
Da parte dei vari Zanetti, Cordoba, Materazzi, Toldo, Moratti e così via.
Da parte di tutti noi.

Qualche giorno fa c'è stata una bellissima live su instagram. È difficile ricordare precisamente il giorno, in questo periodo cronologicamente così confuso, ma comunque c'erano Javier Zanetti e Esteban Cambiasso, che in una chiacchierata tra amici ripercorrevano alcuni momenti importanti della loro carriera e entrambi concordavano a pieno su un punto: non serve a niente ripensare alle vittorie e ai risultati che si sono raggiunti, se prima non si analizzano tutte le cadute, tutte le volte in cui ti sei fatto male e ti sei rialzato, diventando una persona più forte.
E questo discorso si applica a un calciatore, a un tifoso, a uno sportivo, ma alla vita in generale sotto tutti i suoi punti di vista.

Per questo penso che ogni tifoso interista quel 5 maggio sia diventato un po' più interista, e si sia innamorato ancora un pochino di più della sua squadra. Soprattutto quella squadra del 2002 non aveva perso perché era scarsa (Ok Gresko sì..) o perché non lo meritava, ma perché ci teneva troppo. E perché aveva subito anche tanti torti, ma quello sarebbe uscito allo scoperto dopo. Nessuno si arrese, nessuno disse basta o smise di crederci. Il fatto che se ne parli così tanto ancora oggi, a distanza di anni, fa capire quanto sia importante proprio questo concetto.
D'altra parte, tutti questi periodi bui hanno reso più belli i successi che sono giunti in seguito, successi che forse non sarebbero mai arrivati se non avessimo attraversato tutte queste difficoltà e non avessimo accumulato tutta questa voglia di riscatto.
Tutte quelle botte che si sono dati Materazzi e Mexes in quella finale sono passate anche dalla sofferenza di qualche anno prima. Non si diventa dei guerrieri così dal nulla e per fortuna oggi Matrix può godere (e farci godere!!) ancora di questi trionfi.
A tal proposito, in tante dichiarazioni i protagonisti della finale del 5 maggio 2010, ripensando al periodo degli anni più duri, citano spesso tanti loro compagni, ottimi giocatori e persone che sono passate con loro dall'Inter e che avrebbero meritato di togliersi qualche soddisfazione in più in nerazzurro.

Tranne Gresko.
Mannaggia a te, ci hai traumatizzato l'infanzia.
E noi i Brati di solito li amiamo tutti a prescindere.

Perché il 5 maggio è la giornata degli interisti

"Quei cartonati prescritti mi hanno rubato tutta la scena"
- Alessandro Manzoni

"Forse se avessi scritto una poesia un po' più bella a quest'ora non se la prenderebbero tutti con me"
- Vratislav Gresko

C'è una data che ogni interista ricorda alla perfezione e ogni volta che la sente nominare un brivido gli corre lungo la schiena.
È ancora più importante del giorno del compleanno, tranne per quelli che lo festeggiano proprio il 5 maggio. In quel caso vi facciamo tanti auguri, sfigatoni.

Oggi sono trascorsi 18 anni da quel giorno ma il ricordo rimane nitido nonostante il tempo che passa.

Ehi, questo vuol dire che magari qualcuno di voi sta facendo anche il diciottesimo in quarantena?!?!?
Borga droia brati, vi siamo vicini. Sappiate che mentre voi stavate venendo al mondo, anche noi eravamo in lacrime, ma per motivi diversi.

Chi c'era se lo ricorderà di sicuro.
L'avvicinamento a quella partita fu vissuto in modo collettivo da tutto il popolo interista. Tutta l'Inter aspettava con trepidazione la vittoria di quello scudetto che mancava da troppo tempo. Nel frattempo comunque c'erano stati trionfi in campo europeo (chissà perché oltre il confine le cose andavano meglio. Strano, vero?), avevamo avuto calciatori fortissimi, tra cui probabilmente anche il migliore al mondo. L'Inter è riuscita nonostante tutto a rimanere al vertice, a essere una big, e questo lo deve non ai titoli, ma a un amore e una passione che non si è mai spenta. Perché se fossimo sfigati come dicono non saremmo uno dei club più amati e importanti al modo.
E questo grande amore a tinte nerazzurre quel giorno si vedeva più che mai, si percepiva e si sentiva in tutti, dai tifosi più adulti e forse più consapevoli, che respiravano un'aria "non del tutto corretta" nella serie A dell'epoca, ai più giovani che magari di certe cose non se ne accorgevano ancora, ma comunque non avevano mai visto la loro squadra vincere un campionato e non capivano perché tutti gli altri si divertissero, mentre a loro questo privilegio sembrava negato.

Il tifo per una squadra, l'Inter nel nostro caso, è un fenomeno collettivo, spesso familiare, perciò ripensando a più o meno tutti i racconti di quel 5 maggio (perché diciamocelo, a noi interisti piace parlare anche delle nostre sfighe, ed è spesso argomento di conversazione tra noi tifosi) l'immagine più ricorrente è quella di famiglie in attesa, emozionate, come di fronte a qualcosa di religioso.
Forse anche per questo si parla sempre di "fede" calcistica, una fede che va di pari passo con la speranza, che un giorno arriverà qualcosa di ancora più bello rispetto al presente.

Questa attesa si sentiva anche all'Olimpico, quel giorno. Chi c'era parla di un clima surreale, di tensione. Non era affatto una giornata come tutte le altre.
Anche se non ero lì penso che fosse uno stato d'animo che accomunava tutti: Giocatori, tifosi, anche il nostro Presidente sicuramente avrà provato le stesse sensazioni di qualsiasi tifoso, lui che era più in alto di tutti, in quel momento si sarà sentito esattamente come un qualsiasi bambino seduto davanti alla tv di casa, con la maglietta di uno dei suoi campioni preferiti.

In seguito si è detto di tutto su quella partita, ma quello che emerge principalmente tra i protagonisti di quella giornata, è che il problema principale quel giorno fosse psicologico, quasi come se il loro punto debole fosse quello di tenerci troppo, un grande amore, sicuramente, ma ossessivo. Non era più solo un sogno, ma un ossessione, per usare le stesse parole di José qualche anno dopo.

Questa cosa si vide in campo, in una partita della quale non ha neanche senso ripercorrere gli avvenimenti, tanto ormai ci basta solo sentir dire KAREL POBORSKY per avere immediati riflessi involontari, anche pericolosi.

Quella partita per tanti interisti fu il primo "trauma" calcistico, per altri invece solo uno tra tanti. È qualcosa che rimane dentro, e non si può dimenticare. Tutti ricordiamo le nostre sensazioni prima, durante e dopo quella gara.
Sono sicuro che se ci mettessimo tra noi a raccontarcele, anche mentre siamo qui costretti a distanza attraverso i social, perfino la nuova reaction abbraccio di Facebook si metterebbe a piangere. Ma in un certo senso sono queste esperienze che ci hanno reso più forti, ci hanno insegnato tantissimo non solo per il calcio ma per la vita in generale, per i nostri affetti, per i nostri sogni, per tutto
.
C'è un motivo per cui questa data è rimasta così impressa nel calcio italiano, anche attraverso gli sfottó e tutto il resto, nonostante guardandoci indietro non fosse nulla di così straordinario. Di campionati persi all'ultima giornata ne avremmo decine e decine di esempi, per farne solo uno tra tanti, anche la Juventus aveva perso lo scudetto a Perugia due anni prima (lo sanno bene Materazzi e il Misder Conte) ma di questo avvenimento se ne parla molto meno. La ragione, oltre alla famosa P. I. mourinhiana, credo che sia intrecciata alla cultura e allo spirito della nostra Inter.
Forse dietro questo nostro 5 maggio c'era una passione diversa, un amore diverso, forse si vede che ci tenevamo più di tutti?
Le grandi sconfitte del calcio, i "Maracanazo" , si portano dietro un'eco storica direttamente proporzionale al livello di passione che c'era attorno a quelle partite.
E non è un caso che proprio all'origine della passione, ci sia il verbo patior latino, soffrire.
Ancora oggi in tedesco la passione la chiamano Leidenschaft, dove leiden = soffrire. Lo saprà anche il buon Gresko che ha giocato qualche annetto in Germania. (MALEDETTOOOOOOOOOO)

Per questo, ripensando al 5 maggio, possiamo farlo con fierezza, incazzati certo, anche tristi, ma fieri. Non è una data che nasconderemo, mai.
Che ci prendano anche in giro se vogliono, ma solo noi abbiamo l'onore di avere un giorno tutto nostro, sia nella sconfitta, 2002, che nella vittoria, 2010. Sono altre le sconfitte di cui vergognarsi.

Perché vincere non è "l'unica cosa che conta" e chi la pensa così probabilmente non ha capito tante cose della vita.
Non è un caso che proprio Facchetti abbia pronunciato questa frase:


"Ci sono giorni in cui essere Interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo è un onore."

E così, per un incredibile cerchio del destino, oggi possiamo collegare questa data, il 5 maggio, alla vittoria del primo trofeo del Triplete: la finale di Coppa Italia, sempre a Roma, una partita epica e con tanti giocatori di quella squadra ancora in campo insieme ai nostri tifosi.
È anche questo a rendere tutto più bello, più magico: l'amore che c'è dietro.
Da parte dei vari Zanetti, Cordoba, Materazzi, Toldo, Moratti e così via.
Da parte di tutti noi.

Qualche giorno fa c'è stata una bellissima live su instagram. È difficile ricordare precisamente il giorno, in questo periodo cronologicamente così confuso, ma comunque c'erano Javier Zanetti e Esteban Cambiasso, che in una chiacchierata tra amici ripercorrevano alcuni momenti importanti della loro carriera e entrambi concordavano a pieno su un punto: non serve a niente ripensare alle vittorie e ai risultati che si sono raggiunti, se prima non si analizzano tutte le cadute, tutte le volte in cui ti sei fatto male e ti sei rialzato, diventando una persona più forte.
E questo discorso si applica a un calciatore, a un tifoso, a uno sportivo, ma alla vita in generale sotto tutti i suoi punti di vista.

Per questo penso che ogni tifoso interista quel 5 maggio sia diventato un po' più interista, e si sia innamorato ancora un pochino di più della sua squadra. Soprattutto quella squadra del 2002 non aveva perso perché era scarsa (Ok Gresko sì..) o perché non lo meritava, ma perché ci teneva troppo. E perché aveva subito anche tanti torti, ma quello sarebbe uscito allo scoperto dopo. Nessuno si arrese, nessuno disse basta o smise di crederci. Il fatto che se ne parli così tanto ancora oggi, a distanza di anni, fa capire quanto sia importante proprio questo concetto.
D'altra parte, tutti questi periodi bui hanno reso più belli i successi che sono giunti in seguito, successi che forse non sarebbero mai arrivati se non avessimo attraversato tutte queste difficoltà e non avessimo accumulato tutta questa voglia di riscatto.
Tutte quelle botte che si sono dati Materazzi e Mexes in quella finale sono passate anche dalla sofferenza di qualche anno prima. Non si diventa dei guerrieri così dal nulla e per fortuna oggi Matrix può godere (e farci godere!!) ancora di questi trionfi.
A tal proposito, in tante dichiarazioni i protagonisti della finale del 5 maggio 2010, ripensando al periodo degli anni più duri, citano spesso tanti loro compagni, ottimi giocatori e persone che sono passate con loro dall'Inter e che avrebbero meritato di togliersi qualche soddisfazione in più in nerazzurro.

Tranne Gresko.
Mannaggia a te, ci hai traumatizzato l'infanzia.
E noi i Brati di solito li amiamo tutti a prescindere.

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