25/12/2020

An Inter Carol - La fine della storia

Ciao! Questa è la quinta e ultima parte di una saga natalizia, che potete trovare per intero cliccando qui

Strofa quinta – La fine della storia

Sì! Quel piede di letto era proprio il suo. Suo il letto, sua la camera. Meglio ancora, meglio d’ogni cosa, era suo il tempo che aveva davanti, suo, per emendarsi!

Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro!” ripeté Scroogiotta, sgusciando fuori dal letto.

“I tre Spiriti mi parleranno dentro! Benedetta sia l’Inter e i #MITT tutti, lo dico in ginocchio, in ginocchio! Le ombre delle cose a venire possono essere scongiurate. E così saranno. Lo so, eh altro se lo so!” Si azzuffava intanto coi vestiti, li studiava, li girava, li rigirava, li lacerava se solo vedeva un alone bianco accostarsi al nero, perché c’è solo un colore che sta bene con il nero, ricordate! E non è il bianco.

“Mi sento leggero come una piuma, allegro come Politano il giorno delle visite mediche con l’Inter, balordo come un ubriaco, come Naing… come Vid… come Broz… Forza Inter! Forza Inter!

Olà! Eh! Olà!”

Era entrato saltellante nel salotto e se ne stava lì, ritto, ansante. “Ecco qua il libro con tutti i conti, questa è la porta dove è entrato lo spirito di Moggey! Qui si è messo a sedere lo Spirito di quell’uomo benedetto di Moratti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è accaduto!”

Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa era una splendida risata.
Una risata che nascondeva una nuova consapevolezza, la consapevolezza di non voler diventare come loro, come quelli là, come quelli che sentiva cantare a poche celle da lui quei canti osceni.
Vincere non è l’unica cosa che conta! Non si va fino alla fine ad ogni costo!
Non si costruisce una macchina da guerra senza cuore solo per alzare una fredda coppa dorata. Abbiamo bisogno di altro, di vivere, di soffrire, di trovarci tutti insieme il lunedì a commentare l’ennesimo “Inter, ma non ti vergogni?”, di urlare a squarciagola dalla curva il nome di un ragazzino sconosciuto solo perché sappiamo che quel nome un domani ce lo tatueremo addosso, verde su pelle bianca, gialla, rosa, rossa, marrone o nera, perché noi siamo tutti fratelli, perché noi siamo fratelli del mondo, e non importa se poi quel nome non se lo ricorderà nessuno. Noi ci ricordiamo ogni singolo minuto di ogni singola vittoria di ogni singolo campionato, e una vittoria non è mai una delle tante, è sempre più sofferta di quella precedente e meno sofferta della prossima. E quando vinciamo, lo facciamo per bene, UNO! DUE! TRE! TREEE!

Fu arrestato nelle sue effusioni dalle campane che mandavano all’aria i più lieti squilli che avesse mai uditi, corse alla finestra, l’aprì, mise fuori il capo: niente nebbia, aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente, il nero e l’azzurro del cielo sullo sfondo d’oro delle stelle.

Oh, bello, magnifico!

“Che è oggi?” gridò Scroogiotta ad un procuratore che passava con gli abiti da firma e che forse si era fermato per guardarlo. “Che è oggi, amico mio?”

È l’ultimo giorno del mercato invernale, oggi!” rispose il procuratore.

“È l’ultimo giorno del mercato invernale! Sono in tempo! Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte, anche il mio fido Peter ha comprato Hakimi in una notte! Sono in tempo! Ehi, ragazzo, conosci mica il Presidente di una squadra iraniana?”

“Certo che sì!” rispose il procuratore.

“Che procuratore di talento! Sai mica se ha venduto già i migliori ragazzi della Primavera?”

“No, quelli continuano a giocare dove giocavano prima.”

“Sì? Davvero? Corri subito da lui e comprali tutti, dico davvero, corri, gli manderò io l’indirizzo di Appiano Gentile, ti darò un milione. Torna in meno di 352 minuti e ti darò 12 milioni!

Il procuratore partì come una freccia, e ci voleva una mano ben gagliarda per scoccare una freccia in quel modo.

Li manderò ad Auscratchit” borbottò Scroogiotta fregandosi le mani e scoppiando dal ridere. “non ha da sapere chi glieli manda, sarà felicissimo di ricevere tanti piccoli MITTini.” Il riso con cui diceva questo, il riso con cui pagò i MITTini, il riso con cui diede la mancia al procuratore furono sorpassati dal riso che lo prese mentre si lasciava ricadere sulla sedia di casa sua pensando alla poltrona del suo ufficio, e rise, rise finché non scoppiò a piangere. Dalla gioia. Dalla gioia di aver compreso cosa significassero quei due colori vicini. Il nero e l’azzurro.

Si vestì col meglio che aveva e uscì per la via, la gente si riversava fuori come aveva visto con lo Spirito del Presente. Camminando con le mani dietro, come ogni buon Handanovič che si rispetti,

Scroogiotta guardava tutti con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella sua allegria, che sapeva di star vivendo il miglior momento della sua vita. Come me al gol di Karamoh contro il Bologna.

Dopo aver camminato per ore, verso sera, si avviò al ristorante “El patio del Gaucho" del nipote. Passò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di sentirsi il coraggio di salire e bussare, ma si fece animo e bussò. Entrò, trovando Javred che guardava scrupolosamente la tavola piena di mille succulente carni argentine, perché questo giovane è molto meticoloso, talmente tanto da andare a correre il giorno delle nozze.

“Javred!” disse Scroogiotta.

“Oh, povero me! Chi è mai?” esclamò Javred.

“Io, sono io, sono tuo zio Scroogiotta. Sono venuto a pranzo, mi vuoi Javred?”

Volerlo! Poco mancò che non gli scoppiasse il cuore! E lo sappiamo tutti quanto regga il cuore di un interista!

Il giorno appresso si recò di buon mattino nel suo ufficio, doveva riuscire ad arrivare prima di Auscratchit e rinfacciargli il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva. E lo fece, sicuro che lo fece! L’orologio suonò le nove, poi le nove e un quarto. Arrivò in ritardo di diciotto minuti e mezzo, con Scroogiotta che lo osservava mentre si toglieva il cappotto e si metteva al lavoro.

“Ohe!” Grugnì Scroogiotta con la solita sua voce chioccia, per quanto gli riusciva di fingere.

“Che vuol dir ciò? A quest’ora si viene in ufficio?”

“Mi dispiace molto signore, sono in ritardo, ma sa, è una volta l’anno, non accadrà più, mi sono visto in loop i video di Rafinha ieri sera.”

“Bravo, adesso ve li do io i video. Non sono più disposto a tollerare!” Una pausa, lunghissima.

Peter tremò sulla sedia. Ebbe un’idea momentanea di darla in testa a Scroogiotta, tenerlo saldo, chiamar gente, mettergli la camicia di forza. “Ho un regalo per voi, Auscratchit: ho comprato uno stock di MITTini iraniani, andate mio caro, andate e fate accendere le griglie agli argentini, fateli mangiare, fateli infortunare, fateli correre. E fate in modo che la gente si innamori di loro, che li osanni, che pianga ai loro gol. Soprattutto, fate in modo che capiscano cosa significhi indossare la maglia dell’Inter, che la adorino come fanno tante persone ostentandola ai calcetti con gli amici. Io mi prenderò cura di Stefy e di tutti quelli che passano più tempo in infermeria e in panchina che in campo.”

Con gli Spiriti non ebbe più da fare, ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c’era uomo al mondo che sapesse così bene amare l’Inter e i #MITT. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno. E così, come Javred diceva: “Forza Inter, Amala sempre!”

An Inter Carol - La fine della storia

Ciao! Questa è la quinta e ultima parte di una saga natalizia, che potete trovare per intero cliccando qui

Strofa quinta – La fine della storia

Sì! Quel piede di letto era proprio il suo. Suo il letto, sua la camera. Meglio ancora, meglio d’ogni cosa, era suo il tempo che aveva davanti, suo, per emendarsi!

Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro!” ripeté Scroogiotta, sgusciando fuori dal letto.

“I tre Spiriti mi parleranno dentro! Benedetta sia l’Inter e i #MITT tutti, lo dico in ginocchio, in ginocchio! Le ombre delle cose a venire possono essere scongiurate. E così saranno. Lo so, eh altro se lo so!” Si azzuffava intanto coi vestiti, li studiava, li girava, li rigirava, li lacerava se solo vedeva un alone bianco accostarsi al nero, perché c’è solo un colore che sta bene con il nero, ricordate! E non è il bianco.

“Mi sento leggero come una piuma, allegro come Politano il giorno delle visite mediche con l’Inter, balordo come un ubriaco, come Naing… come Vid… come Broz… Forza Inter! Forza Inter!

Olà! Eh! Olà!”

Era entrato saltellante nel salotto e se ne stava lì, ritto, ansante. “Ecco qua il libro con tutti i conti, questa è la porta dove è entrato lo spirito di Moggey! Qui si è messo a sedere lo Spirito di quell’uomo benedetto di Moratti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è accaduto!”

Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa era una splendida risata.
Una risata che nascondeva una nuova consapevolezza, la consapevolezza di non voler diventare come loro, come quelli là, come quelli che sentiva cantare a poche celle da lui quei canti osceni.
Vincere non è l’unica cosa che conta! Non si va fino alla fine ad ogni costo!
Non si costruisce una macchina da guerra senza cuore solo per alzare una fredda coppa dorata. Abbiamo bisogno di altro, di vivere, di soffrire, di trovarci tutti insieme il lunedì a commentare l’ennesimo “Inter, ma non ti vergogni?”, di urlare a squarciagola dalla curva il nome di un ragazzino sconosciuto solo perché sappiamo che quel nome un domani ce lo tatueremo addosso, verde su pelle bianca, gialla, rosa, rossa, marrone o nera, perché noi siamo tutti fratelli, perché noi siamo fratelli del mondo, e non importa se poi quel nome non se lo ricorderà nessuno. Noi ci ricordiamo ogni singolo minuto di ogni singola vittoria di ogni singolo campionato, e una vittoria non è mai una delle tante, è sempre più sofferta di quella precedente e meno sofferta della prossima. E quando vinciamo, lo facciamo per bene, UNO! DUE! TRE! TREEE!

Fu arrestato nelle sue effusioni dalle campane che mandavano all’aria i più lieti squilli che avesse mai uditi, corse alla finestra, l’aprì, mise fuori il capo: niente nebbia, aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente, il nero e l’azzurro del cielo sullo sfondo d’oro delle stelle.

Oh, bello, magnifico!

“Che è oggi?” gridò Scroogiotta ad un procuratore che passava con gli abiti da firma e che forse si era fermato per guardarlo. “Che è oggi, amico mio?”

È l’ultimo giorno del mercato invernale, oggi!” rispose il procuratore.

“È l’ultimo giorno del mercato invernale! Sono in tempo! Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte, anche il mio fido Peter ha comprato Hakimi in una notte! Sono in tempo! Ehi, ragazzo, conosci mica il Presidente di una squadra iraniana?”

“Certo che sì!” rispose il procuratore.

“Che procuratore di talento! Sai mica se ha venduto già i migliori ragazzi della Primavera?”

“No, quelli continuano a giocare dove giocavano prima.”

“Sì? Davvero? Corri subito da lui e comprali tutti, dico davvero, corri, gli manderò io l’indirizzo di Appiano Gentile, ti darò un milione. Torna in meno di 352 minuti e ti darò 12 milioni!

Il procuratore partì come una freccia, e ci voleva una mano ben gagliarda per scoccare una freccia in quel modo.

Li manderò ad Auscratchit” borbottò Scroogiotta fregandosi le mani e scoppiando dal ridere. “non ha da sapere chi glieli manda, sarà felicissimo di ricevere tanti piccoli MITTini.” Il riso con cui diceva questo, il riso con cui pagò i MITTini, il riso con cui diede la mancia al procuratore furono sorpassati dal riso che lo prese mentre si lasciava ricadere sulla sedia di casa sua pensando alla poltrona del suo ufficio, e rise, rise finché non scoppiò a piangere. Dalla gioia. Dalla gioia di aver compreso cosa significassero quei due colori vicini. Il nero e l’azzurro.

Si vestì col meglio che aveva e uscì per la via, la gente si riversava fuori come aveva visto con lo Spirito del Presente. Camminando con le mani dietro, come ogni buon Handanovič che si rispetti,

Scroogiotta guardava tutti con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella sua allegria, che sapeva di star vivendo il miglior momento della sua vita. Come me al gol di Karamoh contro il Bologna.

Dopo aver camminato per ore, verso sera, si avviò al ristorante “El patio del Gaucho" del nipote. Passò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di sentirsi il coraggio di salire e bussare, ma si fece animo e bussò. Entrò, trovando Javred che guardava scrupolosamente la tavola piena di mille succulente carni argentine, perché questo giovane è molto meticoloso, talmente tanto da andare a correre il giorno delle nozze.

“Javred!” disse Scroogiotta.

“Oh, povero me! Chi è mai?” esclamò Javred.

“Io, sono io, sono tuo zio Scroogiotta. Sono venuto a pranzo, mi vuoi Javred?”

Volerlo! Poco mancò che non gli scoppiasse il cuore! E lo sappiamo tutti quanto regga il cuore di un interista!

Il giorno appresso si recò di buon mattino nel suo ufficio, doveva riuscire ad arrivare prima di Auscratchit e rinfacciargli il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva. E lo fece, sicuro che lo fece! L’orologio suonò le nove, poi le nove e un quarto. Arrivò in ritardo di diciotto minuti e mezzo, con Scroogiotta che lo osservava mentre si toglieva il cappotto e si metteva al lavoro.

“Ohe!” Grugnì Scroogiotta con la solita sua voce chioccia, per quanto gli riusciva di fingere.

“Che vuol dir ciò? A quest’ora si viene in ufficio?”

“Mi dispiace molto signore, sono in ritardo, ma sa, è una volta l’anno, non accadrà più, mi sono visto in loop i video di Rafinha ieri sera.”

“Bravo, adesso ve li do io i video. Non sono più disposto a tollerare!” Una pausa, lunghissima.

Peter tremò sulla sedia. Ebbe un’idea momentanea di darla in testa a Scroogiotta, tenerlo saldo, chiamar gente, mettergli la camicia di forza. “Ho un regalo per voi, Auscratchit: ho comprato uno stock di MITTini iraniani, andate mio caro, andate e fate accendere le griglie agli argentini, fateli mangiare, fateli infortunare, fateli correre. E fate in modo che la gente si innamori di loro, che li osanni, che pianga ai loro gol. Soprattutto, fate in modo che capiscano cosa significhi indossare la maglia dell’Inter, che la adorino come fanno tante persone ostentandola ai calcetti con gli amici. Io mi prenderò cura di Stefy e di tutti quelli che passano più tempo in infermeria e in panchina che in campo.”

Con gli Spiriti non ebbe più da fare, ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c’era uomo al mondo che sapesse così bene amare l’Inter e i #MITT. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno. E così, come Javred diceva: “Forza Inter, Amala sempre!”

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