27/12/2016

In(ter)conscio: L’importanza di chiamarsi Geoffrey

A cura di Patrick Pecora

Da quando ho memoria, durante la mia adolescenza, ho sempre cercato di comprendere il mondo e le persone che mi circondavano: era utile e divertente al tempo stesso provare a vedere il mondo con occhi diversi dai miei; ciò mi ha aiutato (e mi aiuta tuttora) a comprendere che esistono diversi punti di vista da poter adottare, seppur si stia osservando la medesima situazione.

Inutile negarlo, probabilmente questa mia personale visione del mondo deriva dalle mie aspirazioni, dal posto che, un giorno, spero di avere nel mondo: ma, non di meno, mi ha aiutato a mettermi nei panni delle persone con cui parlavo, o, più semplicemente, che osservavo.

Dopo questa dovuta promessa, credo sia doveroso incominciare a trattare del reale tema di questo scritto, ovvero Geoffrey Kondogbia, centrocampista francese di 23 anni alla sua seconda stagione in nerazzurro.

Ricordo ancora il clamore che accompagnò il suo arrivo a Milano, sponda nerazzurra: specifica necessaria, considerato che il giovane centrocampista era vicino a concludere il suo arrivo a Milano, sponda rossonera; decisivo fu l’inserimento di Ausilio che, per rispondere al colpo Dybala appena effettuato dai rivali della Juventus, alzò l’offerta interista a 31 milioni più bonus, chiudendo uno degli acquisti più onerosi sostenuti dall’Inter negli ultimi anni.

In(ter)conscio: L’importanza di chiamarsi Geoffrey 1 Ranocchiate

Kondo, in campo ti avevano detto di ispirarti a Dejan, non a Fassone!

Ci fu subito una presentazione “in pompa magna” per quel giocatore conosciuto al Monaco dai ben informati (o malati di calcio che dir si voglia, categoria di cui io stesso faccio parte), ma che molti non conoscevano.
Un colpo in prospettiva, un giocatore che dovrà essere perno del centrocampo presente e futuro di una squadra che sta affrontando un periodo di transizione come la nostra beneamata.

Forza fisica, una discreta intelligenza tattica e tanto, tanto potenziale pronto a sbocciare, ecco il biglietto da visita di Geoffrey Kondogbia.

L’inizio è prevedibilmente difficoltoso, a causa della necessità di affrontare con i giusti crismi l’inserimento e la crescita di questo calciatore, che alterna buone prestazioni (poche) ad altre meno buone (la maggior parte), riuscendo a totalizzare comunque 35 presenze in nerazzurro: ciò che manca, però, sono la costanza ed il livello di rendimento richiesti ad un giocatore pagato così tanto; arriviamo quindi, con un rapido salto in avanti ai giorni nostri, citando la ormai celebre bocciatura operata da De Boer in Inter-Bologna dopo appena 28 minuti e, tralasciando l’ultima partita giocata quest’anno (contro la Lazio, ndr.), il suo rendimento è stato caratterizzato da un’alternanza fra panchina e prestazioni “opache”, a voler essere generosi con il calciatore francese.

In(ter)conscio: L’importanza di chiamarsi Geoffrey 2 Ranocchiate

Il tocco magico

Dopo questa rapida cronistoria, vorrei ripartire proprio dall’ultima partita giocata, in cui Geoffrey si è dimostrato un giocatore diverso, puntuale e con buone giocate in una partita in cui, ad onor di cronaca, l’intera squadra ha giocato ad un livello mai visto prima se non contro la Juventus.

Viene naturale domandarsi a questo punto: che problema ha quest’uomo?
“E’ sopravvalutato?”: se parliamo della cifra spesa un anno fa, rapportandola al rendimento offerto sinora, è una possibilità.
“E’ scarso?”: potrebbe anche essere, ma non sono d’accordo con chi addita Geoffrey come la panacea di tutti i mali.
E’ mio personale parere che Kondogbia, come già affermato precedentemente soffra (o quantomeno abbia sofferto) di ansia da prestazione: è probabilmente, quindi, una “vittima” di San Siro e della pressione che può comportare giocare di fronte ad un pubblico così caldo e per una squadra così importante come l’Inter.

“Non tutte le ciambelle riescono col buco”, recitava un vecchio adagio, così come non tutti riescono ad adattarsi così facilmente all’impatto con un’esperienza così avvolgente come quella data dalla Prima squadra di Milano (così come diceva il buon Peppino) e, certamente, non hanno nemmeno aiutato la crisi ed i cambiamenti affrontati dai nostri negli ultimi tempi.

Mi rendo conto che esiste una consistente frangia di noi tifosi a cui queste spiegazioni non basteranno a giustificare il rendimento al di sotto delle aspettative avuto sino ad ora dal seppur giovane centrocampista francese, ma è mia convinzione che, affinché l’investimento fatto per portarlo in nerazzurro non vada sprecato (rievocando spettri già conosciuti con l’esperienza Coutinho), basti munirsi di una virtù quasi sconosciuta nel mondo del calcio, ovvero la pazienza: mi rendo conto del fatto che esistano giocatori esemplari che sono stati capaci di esprimersi in tempi brevissimi come ad esempio Messi, ma credo sia anche vero che il rendimento stellare del giocatore argentino sia stato assicurato, oltre che dal talento indiscusso di questo giocatore, anche dalla possibilità di crescere accanto ad un altro “mostro sacro” del calcio mondiale come Ronaldinho e, nondimeno, dall’opportunità di giocare in una squadra dagli organismi ben oliati come sarebbe diventato, di lì a poco, il Barcellona.

Importante da considerare inoltre il fattore fiducia nella valutazione di Kondogbia: è stata davvero concessa a questo giocatore la fiducia necessaria ad esprimersi al meglio? Credo di no, così come convinto però che poca colpa sia da imputare alla società o agli allenatori che si sono susseguiti sino ad ora.

Le scarse prestazioni di Kondogbia sono quindi, a mio avviso, imputabili ad una momentanea inadeguatezza rispetto alla tatticità tipica del calcio nostrano e ad una gestione del calciatore che richiederà più tempo rispetto al previsto: per informazioni, chiedere ad un certo Diego Milito, esploso a 29 anni e capace di arrivare sul tetto d’Europa e del Mondo a 30 anni.

Forse, in casi come questi, meglio ricordarsi di un altro “modo di dire”: meglio avere dei rimorsi che dei rimpianti.

foto: Getty Images

In(ter)conscio: L’importanza di chiamarsi Geoffrey

A cura di Patrick Pecora

Da quando ho memoria, durante la mia adolescenza, ho sempre cercato di comprendere il mondo e le persone che mi circondavano: era utile e divertente al tempo stesso provare a vedere il mondo con occhi diversi dai miei; ciò mi ha aiutato (e mi aiuta tuttora) a comprendere che esistono diversi punti di vista da poter adottare, seppur si stia osservando la medesima situazione.

Inutile negarlo, probabilmente questa mia personale visione del mondo deriva dalle mie aspirazioni, dal posto che, un giorno, spero di avere nel mondo: ma, non di meno, mi ha aiutato a mettermi nei panni delle persone con cui parlavo, o, più semplicemente, che osservavo.

Dopo questa dovuta promessa, credo sia doveroso incominciare a trattare del reale tema di questo scritto, ovvero Geoffrey Kondogbia, centrocampista francese di 23 anni alla sua seconda stagione in nerazzurro.

Ricordo ancora il clamore che accompagnò il suo arrivo a Milano, sponda nerazzurra: specifica necessaria, considerato che il giovane centrocampista era vicino a concludere il suo arrivo a Milano, sponda rossonera; decisivo fu l’inserimento di Ausilio che, per rispondere al colpo Dybala appena effettuato dai rivali della Juventus, alzò l’offerta interista a 31 milioni più bonus, chiudendo uno degli acquisti più onerosi sostenuti dall’Inter negli ultimi anni.

In(ter)conscio: L’importanza di chiamarsi Geoffrey 3 Ranocchiate

Kondo, in campo ti avevano detto di ispirarti a Dejan, non a Fassone!

Ci fu subito una presentazione “in pompa magna” per quel giocatore conosciuto al Monaco dai ben informati (o malati di calcio che dir si voglia, categoria di cui io stesso faccio parte), ma che molti non conoscevano.
Un colpo in prospettiva, un giocatore che dovrà essere perno del centrocampo presente e futuro di una squadra che sta affrontando un periodo di transizione come la nostra beneamata.

Forza fisica, una discreta intelligenza tattica e tanto, tanto potenziale pronto a sbocciare, ecco il biglietto da visita di Geoffrey Kondogbia.

L’inizio è prevedibilmente difficoltoso, a causa della necessità di affrontare con i giusti crismi l’inserimento e la crescita di questo calciatore, che alterna buone prestazioni (poche) ad altre meno buone (la maggior parte), riuscendo a totalizzare comunque 35 presenze in nerazzurro: ciò che manca, però, sono la costanza ed il livello di rendimento richiesti ad un giocatore pagato così tanto; arriviamo quindi, con un rapido salto in avanti ai giorni nostri, citando la ormai celebre bocciatura operata da De Boer in Inter-Bologna dopo appena 28 minuti e, tralasciando l’ultima partita giocata quest’anno (contro la Lazio, ndr.), il suo rendimento è stato caratterizzato da un’alternanza fra panchina e prestazioni “opache”, a voler essere generosi con il calciatore francese.

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Il tocco magico

Dopo questa rapida cronistoria, vorrei ripartire proprio dall’ultima partita giocata, in cui Geoffrey si è dimostrato un giocatore diverso, puntuale e con buone giocate in una partita in cui, ad onor di cronaca, l’intera squadra ha giocato ad un livello mai visto prima se non contro la Juventus.

Viene naturale domandarsi a questo punto: che problema ha quest’uomo?
“E’ sopravvalutato?”: se parliamo della cifra spesa un anno fa, rapportandola al rendimento offerto sinora, è una possibilità.
“E’ scarso?”: potrebbe anche essere, ma non sono d’accordo con chi addita Geoffrey come la panacea di tutti i mali.
E’ mio personale parere che Kondogbia, come già affermato precedentemente soffra (o quantomeno abbia sofferto) di ansia da prestazione: è probabilmente, quindi, una “vittima” di San Siro e della pressione che può comportare giocare di fronte ad un pubblico così caldo e per una squadra così importante come l’Inter.

“Non tutte le ciambelle riescono col buco”, recitava un vecchio adagio, così come non tutti riescono ad adattarsi così facilmente all’impatto con un’esperienza così avvolgente come quella data dalla Prima squadra di Milano (così come diceva il buon Peppino) e, certamente, non hanno nemmeno aiutato la crisi ed i cambiamenti affrontati dai nostri negli ultimi tempi.

Mi rendo conto che esiste una consistente frangia di noi tifosi a cui queste spiegazioni non basteranno a giustificare il rendimento al di sotto delle aspettative avuto sino ad ora dal seppur giovane centrocampista francese, ma è mia convinzione che, affinché l’investimento fatto per portarlo in nerazzurro non vada sprecato (rievocando spettri già conosciuti con l’esperienza Coutinho), basti munirsi di una virtù quasi sconosciuta nel mondo del calcio, ovvero la pazienza: mi rendo conto del fatto che esistano giocatori esemplari che sono stati capaci di esprimersi in tempi brevissimi come ad esempio Messi, ma credo sia anche vero che il rendimento stellare del giocatore argentino sia stato assicurato, oltre che dal talento indiscusso di questo giocatore, anche dalla possibilità di crescere accanto ad un altro “mostro sacro” del calcio mondiale come Ronaldinho e, nondimeno, dall’opportunità di giocare in una squadra dagli organismi ben oliati come sarebbe diventato, di lì a poco, il Barcellona.

Importante da considerare inoltre il fattore fiducia nella valutazione di Kondogbia: è stata davvero concessa a questo giocatore la fiducia necessaria ad esprimersi al meglio? Credo di no, così come convinto però che poca colpa sia da imputare alla società o agli allenatori che si sono susseguiti sino ad ora.

Le scarse prestazioni di Kondogbia sono quindi, a mio avviso, imputabili ad una momentanea inadeguatezza rispetto alla tatticità tipica del calcio nostrano e ad una gestione del calciatore che richiederà più tempo rispetto al previsto: per informazioni, chiedere ad un certo Diego Milito, esploso a 29 anni e capace di arrivare sul tetto d’Europa e del Mondo a 30 anni.

Forse, in casi come questi, meglio ricordarsi di un altro “modo di dire”: meglio avere dei rimorsi che dei rimpianti.

foto: Getty Images

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